Eduardo nuotava ogni mattina. Da aprile a settembre al mare, il resto dell’anno in piscina, da due anni ormai.

Lo faceva al mattino presto, quando la piscina era vuota e il mare ancora una tavola. Dorso, l’unico stile che faceva. Teneva categoricamente gli occhi aperti, malgrado gli dicessero che doveva imparare a farlo ad occhi chiusi. Il nuoto era la sua ancora di salvezza, era il luogo neutro dove la mente si fermava, era l’albero dove si rifugiava da bambino. Un’ora di apnea, ogni giorno, un’ora senza fiato, sessanta minuti pieni di lei.

Margherita, sua moglie, che la vita gli aveva portato via tre anni prima con un cancro ai polmoni.  L’aveva conosciuta a quarant’anni dopo un matrimonio fallito alle spalle. Lei di anni ne aveva trentasette, era bellissima con le sue gonne lunghe e gli scialli coprenti. Macinava libri e persone, riusciva a perdersi in un libro per un giorno intero e a lasciarsi incantare da una coppia di amanti in treno per ore. Era curiosa, fragile, intelligente e aveva l’odore più buono che Eduardo aveva mai sentito. L’annusava mentre lei si poggiava sul suo petto in bus o quando si addormentava sul divano e si perdeva puntualmente il finale del film (che poi chiedeva in piena notte a lui).

Si erano conosciuti nel piccolo bistrot che gestiva Margherita, un caffè letterario dove si servivano anche formaggi sardi al miele, pane carasau e panadas. Era di Cagliari, era un’isolana meravigliosa che aveva scelto di vivere in continente, di fare un lavoro che conciliasse il suo amore per i libri e che non le facesse sentire nostalgia di casa.

Si erano innamorati lentamente, si erano arresi dopo un anno circa. Lui era terrorizzato che anche con lei andasse male, lei era leggera, libera, poco abituata alle relazioni. Ridevano, chiacchieravano all’alba di politica, lui aveva imparato a ballare per lei, lei a gestire il mal di mare per lui. Non volevano legarsi, non ne avevano bisogno..ma nel tempo si erano scelti perché insieme si sentivano più forti. Lei era morbida, coi fianchi larghi, capelli lunghi e castani, pelle morbida come la pesca. Lui era un pescatore, comunista, appassionato di Stalin e lotte sociali, taciturno e solitario. Avevano avuto una figlia, Carlotta, che era traduttrice a Bruxelles. L’avevano voluta in una notte d’estate, in barca, al chiaro di luna.

Si amavano perdutamente, malgrado il loro essere così diversi, malgrado la gelosia di Eduardo e la vulnerabilità di Margherita. Si amavano perché insieme erano risate nei momenti tristi, pace nei momenti inquieti, riparo l’uno per l’altra, elettricità, pura elettricità.

La morte se l’era portata via in sette mesi, da quando lei aveva iniziato ad affannarsi a fare le scale. Eduardo credeva dovesse semplicemente dimagrire, perdere peso e tornare a camminare. Il male di Margherita era incurabile e lei aveva scelto di morire nella sua isola, circondata dai suoi cari. Lui e Carlotta avevano sparso le sue ceneri a mare insieme a crisantemini verde lime.

Margherita aveva portato in cielo l’anima di Eduardo, i suoi sorrisi più belli. Lui viveva solo per sua figlia e per la sua unica nipote. La sua vita aveva smesso di essere piena, il suo cuore aveva smesso di battere insieme a lei. Non riusciva a vivere senza il suo odore che continuava a cercare nelle sue cose. Non riusciva a vivere senza il suo abbraccio accogliente, senza la sua cucina piccante, senza la sua ironia. Il suo sguardo era ormai assente, le sue letture senza interesse, i suoi occhi spenti.

L’unico momento in cui la ritrovava era quando nuotava. Guardava il cielo muoversi, la cercava tra le nuvole. Il vento sembrava una sua carezza, il sale, il suo sapore. Il soffitto bianco della piscina faceva da cornice al suo viso, ai suoi capelli castani, alle sue labbra rosa.

Il contatto con l’acqua le loro notti appassionate e i loro corpi fluttuanti e in movimento e il suo affanno, i loro sospiri.