Da ore continuavano a ripetermi spingi, respira, spingi, respira, come se fosse facile coordinare il tutto quando ti sembra che ti stanno strappando le ovaie a crudo, quando sembra che non riuscirai a resistere un minuto oltre. E dopo aver continuato a spingere, ad andare oltre il dolore e l’idea di non riuscire in questa impresa così difficile quanto irreale, alle 23.51,  dopo otto mesi di attesa arrivi tu.

Capelli neri come fili di seta, occhi grandi già così curiosi e naso piccolo come la ciappetta di un pullover di lana. Pelle morbida come velluto e cosi piccola che ti chiedi come è possibile tanta meraviglia in un corpicino di neanche tre chili. La perfezione assoluta, il cielo nella notte di San Lorenzo, distese di prati di girasoli, l’alba di un giorno appena baciato dal sole cocente di Stromboli, il vento in faccia in discesa dopo una salita in bici, il silenzio rassicurante della neve a dicembre, la musica assordante in auto in un viaggio di amici di vecchia data, l’abbraccio stretto di due amanti appassionati, il ballo di una coppia al loro cinquantesimo anno di matrimonio, la lettura di un libro sotto ad un albero di ciliegio. Tutta la bellezza dell’universo in un corpicino di tre chili.

Tanta bellezza che ancora ti chiedi come è possibile che sia stata proprio tu a farla. Tu che ancora non riesci a scorgere nulla di buono in te, tu che fai fatica a trovare una collocazione, tu che ti sei sempre sentita inadeguata. Tanta bellezza che riesce a nutrirti d’amore come mai nessuno è riuscito a fare. Tu che non credevi possibile sentirti disarmata da tanta dolcezza. Tu che ti inebri del suo odore, tu che vivi del suo respiro. Tu che hai iniziato un viaggio che non avrà mai fine.Tu che riesci solo a ringraziare perché finalmente sai cosa si prova ad avere un cuore così pieno.