Lucciole ovunque, un tappeto di fari minuscoli in una notte stellata, a ridosso di una vallata colma di girasoli.

Leda era da sempre attratta dalle lucciole, da quando un giorno trascorse tre ore a vegliare su di loro, vegliare su un firmamento in movimento. Uno spettacolo per pochi, per chi ha la pazienza di stare in silenzio ed immobile. Lei era abituata a farlo, a non parlare, a stare ferma per non disturbare gli adulti. Era abituata ad essere adulta fin da piccola.

Le piaceva trascorrere almeno un we all’anno nel solito posto, un agriturismo in mezzo alla campagna sienese, poche stanze e la cucina della signora Carmela, un ambiente semplice ed essenziale, proprio come lei. Ci trascorreva due giorni in silenzio, quando era stanca e aveva bisogno di ritrovarsi, quando aveva bisogno di ritrovare i suoi sogni in un tappeto di luci multiformi.

Le riservavano sempre la solita stanza, perché era quella da cui il campo era a portata di naso, le lucciole quasi si prendevano con le mani. Leda aspettava il silenzio della notte fonda e si perdeva in uno spettacolo senza rivali: una sfilata di milioni di luci piccolissime accompagnate dal suono delle cicale. Si sedeva sul bordo della finestra, accompagnava il suo thè alla cannella con una sigaretta appena fatta e si godeva lo spettacolo.

Amava da sempre gioire delle piccole cose, rendersi felice con piccoli semplici regali. Questo era uno di quelli da qualche anno, da quando qualcuno le aveva fatto scoprire questo posto. Le aveva mostrato quel posto con la speranza che lei si innamorasse e invece l’unico amore che lei aveva sentito era per quei minuscoli esserini, per l’aria fresca che si respirava e per il silenzio grazie al quale riusciva a sentire il suo respiro.

Avete mai provato ad ascoltare il vostro respiro? La mente si ferma per incanto e i pensieri si fermano, si polverizzano. Si chiama tecnicamente meditazione, Leda utilizzava la tecnica del respiro per isolarsi dalle sue ansie, dalle sue paure. Era la sua arma, la sua difesa quando non riusciva a dormire, quando qualche evento la rendeva inquieta.

Oggi non era più inquieta, malgrado lo fosse stata per tutta la vita. Era serena, sorridente più bella di sempre. Aveva visto i suoi mostri e sapeva dare loro i nomi appropriati. Era meravigliosa perché consapevole delle sue fragilità e delle sue forze. Concentrata su se stessa, su tutto quello che le faceva bene, la rendeva felice. Era un pò stanca di fare le cose per gli altri, di stancarsi per rendere felici tutti, di avere una grande pazienza.

Lei non era paziente e lo diventava da quando sapeva che esserlo le avrebbe portato vantaggi. Solo perché sapeva che la pazienza era il biglietto da visita delle ragazze equilibrate. Come se per essere amata si dovesse essere solo equilibrata. La pazienza per Leda era mollare il controllo delle cose e delle persone, non avere aspettative e non alzare più il tiro. Era aspettare un contratto lungo che le avrebbe permesso di essere autonoma del tutto, era non perdere la fiducia anche quando tutto ruota intorno all’attesa.

L’attesa di un lavoro certo e duraturo, l’attesa di chi è sempre a un passo dietro di te. Provateci a stare con qualcuno che è sempre dietro, che non tiene il tuo stesso ritmo. E’ come correre a cavallo con le redini perennemente tese. E a furia di tenere con forza le redini ci si perdono tramonti e ruscelli in piena, vento in faccia e brezza marina. E mentre tutto le chiedeva di avere pazienza, Lei la perdeva in uno spettacolo di lucciole in un cielo stellato.

La primavera era nell’aria che era però ancora fresca. Uno scialle la copriva quasi del tutto, era piccina e minuta. Fumava e si perdeva ammirata nel solito scenario. Silenzio e luci, luci e odori di gelsomino. Ogni minuscola luce era la comparsa di uno scenario suggestivo in un cui lei era spettatrice anche se Leda oggi finalmente sapeva che voleva essere la protagonista di una storia in cui fosse scelta e desiderata da chi aveva il suo stesso desiderio di volare senza paracadute, di godersi scenari senza riserve. Amata da chi avrebbe avuto solo il desiderio di tenerla stretta, consapevole che la sua luce poteva durare tutta l’estate o se non ne avesse avuto cura, solo una notte.